cartello judo borgo

1)       PRIMA LEZIONE:

a)       La palestra, il saluto  regole di igiene e di civile convivenza;

b)       La distanza tra la vittima e l'aggressore, l'equilibrio, la mia postura i  tre movimenti base: arretro per schivare, muovo lateralmente per parare, avanzo per anticipare.

2)       SECONDA LEZIONE:

a)       L'importanza dell'equilibrio. Statico e dinamico.

b)       Posizioni di massimo equilibrio per il corpo.

c)        Schivare, deviare, anticipare e parare un attacco.

d)       Premessa su l'uso degli arti inferiori e superiori per difendermi e colpire.

e)       Scopo del colpo nella difesa personale.

f)         Cenni sulle leve articolari.

3)       TERZA LEZIONE:

a)       STUDIO DEI MOVIMENTI:

i)         ripasso dei movimenti imparati esterni ed interni. Primi passi per tecniche di proiezione. Movimento di entrata .

b)       STUDIO DELL'USO DEGLI ARTI COME ARMI:

i)         posizione del corpo.

ii)        la parata laterale.

iii)       il pugno.

iv)       il calcio.

c)        MOVIMENTO PROPEDEUTICO DELLA PRIMA LEVA:

i)         imparo a non resistere ed assecondare l'attacco per sfruttare la forza del mio avversario se mi tira.

ii)        studio della prima leva per iperestensione del gomito.

d)       CADUTE:

i)         studio e primi movimenti della caduta indietro

ii)        studio e primi movimenti della caduta laterale

iii)       studio e primi movimenti della caduta in avanti. Prova della capovolta.

4)       QUARTA LEZIONE:

a)       ripasso ed approfondimento di quanto svolto nella lezione precedente.

La palestra  dove esercitiamo la difesa personale è si chiama  “Dojo”. Il dojo non è solo il luogo dove si fa attività fisica ma soprattutto è il luogo dove s’impara e ci si esercita sulla strada della cedevolezza. Esso deve essere una palestra per il corpo e soprattutto per la mente. E’ usato per la ginnastica, per l’esercizio per le forme per le prove di combattimento ma anche per la lettura, lo scambio di domande, risposte e per l’educazione.  Questo per aiutare ognuno di noi a sviluppare i cinque aspetti ritenuti essenziali dal Maestro  Jigoro Kano, ovvero l’uomo: sano, giusto, utile alla società, con volontà e coraggio, lavoratore e studioso.

Il nome Dojo deriva dal buddismo e significa “monastero buddista” o meglio "luogo dove cerca e si pratica la via " ( se stessi). Il Maestro Jigoro Kano descrive il dojo come: “la sala deve essere il più possibile pulita e al suo interno ci dovrebbe essere sempre quell’atmosfera solenne e sacra che deve prevalere in ogni  luogo di culto e di educazione della mente. Al suo interno ci deve essere il massimo rispetto l’uno con gli altri. Il saluto è l’espressione più visibile del rispetto verso il superiore (inteso come allievo più anziano) o il compagno.

Tratto dal libro segreto dei samurai " Hagakure" : “Di certo esiste solo il particolare scopo del momento presente. Tutta la vita è fatta di momenti che si susseguono. Una volta compresa questa regola fondamentale, il samurai non deve più manifestare impazienza né porsi altri scopi” . "La Via del samurai non si radica nella violenza né nella ricerca del profitto personale, il suo fine non è quello di vincere gli altri, ma se stessi. E’ necessario oggi essere migliori di ieri e domani migliori di oggi, percorrere la Via per tutta la vita., poiché “l’addestramento non finisce mai”".

Ispirandoci a questi principi ne deriva:

1)              Palestra:

1.            per gli scopi dell’attività della società la palestra sarà denominata  anche “dojo” e sarà da intendersi nel locale di volta in volta designato per la tenuta dei corsi.

2.            il dojo vero e proprio è inteso come la superficie ricoperta  da tappeti imbottiti  propriamente definiti  “tatami”.

3.            Nel dojo si entra solo a piedi nudi. E’ ammesso l’uso di calze antiscivolo previa autorizzazione dell’insegnante.

2)              Igiene:

1.            poiché nel dojo  ci si accosta  l’uno con gli altri e gli stessi esercizi ci portano a strisciare e lottare a diretto contatto con il tatami è buona norma usare la massima igiene personale per non arrecare pregiudizi alcuni. Per questo motivo si deve:

a)                   prima di entrare in palestra avere usato una buona igiene personale con particolare cura alla pulizia del corpo e degli indumenti, alla lunghezza delle unghie dei piedi e delle mani.

b)                   la persona non deve indossare piercing, collane, orecchini, anelli, braccialetti ed anelli per evitare di farsi del male o farlo ad altri.

c)                   gli indumenti devono essere puliti

d)                   per spostarsi dagli spogliatoi al tatami si dovranno usare delle idonee calzature. E’ assolutamente vietato spostarsi per la palestra – fuori dai tappeti - a piedi scalzi o con le calze.

e)                   E’ vietato portare all’interno del tatami fazzoletti o altri accessori che possano insudiciare i tappeto.

f)                    E’ vietato praticare il judo masticando caramelle o gomme americane o altri alimenti.

g)                   .

3)              La struttura:

La struttura utilizzata per la realizzazione del dojo è gestita dal B.S.I. di Borgo Valsugana. Essa, per lo spazio fisico e temporale richiesto,  viene data a titolo di comodato gratuito con impegno da parte della nostra società alla pulizia e determinati impegni di volontariato. Gli accessori presenti non appartengono al judo Borgo. La palestra non è autorizzata alla presenza di pubblico ma all’esercizio della sola attività sportiva. E' possibile che in concomitanza al corso di difesa personale siano tenuti altri corsi anche con utilizzo di musica. Si prega di rispettare ed accettare tale situazione in attesa di eventuale risoluzione .

4)              Le lezioni:

Le lezioni hanno inizio sul tatami con il saluto e hanno termine sul tatami sempre con il saluto.

L’insegnante è responsabile solo di quanto avviene sul tatami. Non sono  ad esso imputabili o alla società fatti che su verifichino fuori dal tatami ma all’interno della struttura, negli spogliatoi o fuori della struttura stessa.

 

5)              Il saluto:

Prima di accedere al tatami  si saluta per educazione il dojo e quindi il maestro se già presente. Il saluto è l’espressione del rispetto.  Dobbiamo sforzarci di rispettare tutti gli esseri viventi e da questo si trae forza per chiedere uguale  trattamento . Si devono rispettare tutti i compagni del corso.  Eventuali dubbi o perplessità devono essere chiesti subito a voce alta. Gli stili ed i modi di insegnamento possono essere diversi ma gli obiettivi e gli scopi da perseguire sono comuni in tutte le palestre. E' buona cosa apprendere più nozioni possibili per raggiungere il proprio fine e  per poi forgiare il proprio metodo. Per recepire tale fase l’atleta deve eseguire quanto richiesto dal proprio insegnante senza avanzare lamentele circa la difficoltà dell’esercizio . Solo l’insegnante può giudicare il grado di preparazione e quindi l’avanzamento nell’insegnamento.

piccolo dizionario per i primi passi:

REI

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Il saluto

E' un importante aspetto del modo di vivere orientale è «la norma più importante della vita sociale secondo il confucianesimo». Può essere identificato con la ritualità e come etichetta o cortesia ma non è solo questo. La parola Rei deriva da una contrattura di due ideogrammi REI e GI. Non trovando in occidente corrispondenza è stato dato il significato di saluto e/o ringraziamento. Il rei è un concetto fondamentale per tutte le arti marziali di origine orientale in quanto esprime  cortesia, rispetto e sincerità. Il rituale del saluto è semplice nella sua forma esteriore, ma molto complesso nel suo aspetto interiore; è una presa di coscienza di se stessi, dei compagni, della palestra e dell'arte che si sta per praticare e non deve mai diventare un automatismo, un'abitudine o un obbligo imposto dal maestro. Il saluto non simboleggia una superficiale manifestazione di educazione, ma un lavoro completo sulla persona: la ricerca di una migliore adesione alla via (Dō). Il praticante, attraverso il saluto, si predispone correttamente all'allenamento, che richiede pazienza, umiltà e controllo dei propri sentimenti, e dunque un lavoro disciplinato, costante e diligente. Questo è lo spirito della via marziale: l'umiltà è un atteggiamento che bisogna assumere nella vita, la prima lotta che bisogna vincere è quella contro la propria presunzione.

Vi sono due tipi di saluto: Il saluto in posizione eretta (ritsu rei) e quello in ginocchio (za rei).

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Il saluto in posizione eretta (ritsu rei). Si esegue assumendo la posizione naturale frontale (shizen tai), con calma piegate il busto in avanti, di 30 circa, la testa segue il movimento ma con lo sguardo fisso davanti a voi, le mani vanno appoggiate appena al di sopra delle ginocchia e con le gambe tese, la punta dei piedi diva- ricata e i talloni uniti.

Il saluto in ginocchio (za rei). Iniziate dalla posizione frontale naturale (shizen tai, ), indietreggiate il piede sinistro e portate  questo ginocchio a terra, quindi scendete con il ginocchio destro per ritrovarvi nella posizione in ginocchio ma sollevati dai talloni. Girate le dita dei piedi e sedetevi sui talloni . Per rialzarvi eseguite i movimenti a ritroso .

Nel dojo ci sono 4 lati :

A- Lato inferiore (shimoseki) è dove si allineano tutti i gradi inferiori (kyu).

B - Lato superiore (joseki) e di fronte al lato inferiore; qui si mettono gli insegnanti e alla destra del Maestro vanno gli istruttori e gli allenatori, osservando l'ordine di grado.

C - Lato d'onore (kamiza) è alla destra del joseki ed è riservato alle personalita. Qui vengono poste le foto dei Maestri fondatori o benefattori. Entrando nel dojo, ogni judoka - cosi vuole il cerimoniale della tradizione - effettua il saluto verso il kamiza.

D - Alla sinistra del joseki si trova la piazza inferiore (shimoza). Essa e riservata agli allievi di alto grado con il piu anziano capo fila, il quale è vicino al joseki e comanda il saluto.

Il cerimoniale vuole che il saluto collettivo iniziale venga rivolto prima al lato d'onore (kamiza) e poi agli insegnanti; alla fine della lezione ciò si verifica all'inverso.

 

Dojo

Dojo scritto in kanji E' un termine giapponese che indica il luogo ove si svolgono gli allenamenti alle arti marziali, etimologicamente significa luogo () dove si segue la via (). In origine il termine, ereditato dalla tradizione buddhista cinese, indicava il luogo in cui il Buddha ottenne il risveglio e per estensione i luoghi deputati alla pratica religiosa nei templi buddhisti. Il termine venne poi adottato nel mondo militare e nella pratica del Bujutsu. E' lo spazio in cui si svolge l'allenamento ma è anche simbolo della profondità del rapporto che il praticante instaura con l'arte marziale; tale ultimo aspetto è proprio della cultura buddhista cinese e giapponese, che individua il dojo quale luogo dell'isolamento e della meditazione.

 

Budo

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letteralmente "via del guerriero". Il termine è composto dagli ideogrammi bu e do, che si possono tradurre come "Via marziale", "Via della guerra", oppure "Via che conduce alla pace", "Via che conduce alla cessazione della guerra attraverso il disarmo". Infatti l'ideogramma "bu" è internamente composto dai due ideogrammi, hoko e tomeru che nella lingua giapponese significano:

  • hoko: lancia, alabarda
  • tomeru: fermare, arrestare, lasciare, cessare

Il concetto che tale termine vuole esprimere è dunque quello di realizzare, attraverso la pratica di una disciplina marziale molto particolare fondata sul "principio di non-resistenza", l'elevata aspirazione del budō consistente nella cessazione del combattimento e quindi delle ostilità mediante una condizione di disarmo dell'avversario e di sé stessi.

Il termine segue l'evoluzione che il concetto di "arte marziale" ha subito nella cultura giapponese attraverso il tempo, passando dall'originale concetto del bujutsu a quello attuale del budō (武道, budō?). Da notare come comunque l'evoluzione consista principalmente nella trasformazione da jutsu a .

Per bujutsu si intende l'apprendimento materiale delle tecniche marziali mentre per Budo si intende il percorso, l'educazione, la ricerca  etica e morale,  per la formazione di uomini di valore.

Nel 1987 veniva approvato uno statuto per far conoscere lo spirito del budo alle popolazioni occidendtali:

1.        Obiettivo. Il budō si pone come obiettivo di coltivare il carattere, migliorare la capacità di giudizio e formare individui di valore, attraverso l'addestramento di mente e corpo con le tecniche marziali.

2.        Pratica. Durante la pratica bisogna sempre rispettare l'etichetta, osservare i principî fondamentali ed allenare mente, tecnica, e corpo come un tutt'uno, senza perseguire mere abilità tecniche.

3.        Competizione. In occasione di competizioni o esibizioni di kata, si metterà in mostra con il massimo impegno lo spirito del budō appreso nel lungo addestramento e, al contempo, si manterrà sempre un atteggiamento misurato, senza arroganza in caso di vittoria né rimpianto in caso di sconfitta.

4.        Dōjō. Il dōjō (礼法, dōjō?) è il luogo in cui si addestrano la mente e il corpo. Vi si rispettano la disciplina e l'etichetta, si osservano i principî di silenzio, pulizia e sicurezza, ci si impegna a mantenere la solennità dell'ambiente.

5.        Insegnamento. L'istruttore dovrà sempre sforzarsi di forgiare i caratteri, impegnarsi ad addestrare mente e corpo, continuare ad approfondire le conoscenze tecniche, non consentire che l'attenzione si focalizzi su vittorie e sconfitte o sulla tecnica, e soprattutto mantenere un comportamento adeguato al ruolo di modello, che egli ricopre.

6.        Diffusione. Quando si promuove il budō bisogna valorizzarne i principî tradizionali, contribuire alla ricerca ed al consolidamento della didattica, ponendosi in un'ottica internazionale, e contemporaneamente impegnarsi per il suo sviluppo

 

 

Kuzushi

http://www.alkaemia.it/images/alkaemia_ki.gifLO  SQUILIBRIO

Fra le capacità coordinative  che vengono utilizzate tutti i giorni per regolare i nostri movimenti  sicuramente quella di mantenere il nostro equilibrio, che consente di mantenere il corpo "in una posizione stabile" o ristabilire tale condizione nel corso degli spostamenti, è da considerarsi fondamentale. La condizione basilare per cui il corpo riesce a stare in equilibrio è che la perpendicolare tracciata a partire dal baricentro (situato nel bacino) cada all'interno della base di appoggio.

Nelle arti marziali spesso dobbiamo spostarci rapidamente e ritrovare immediatamente il nostro equilibrio, talvolta occorre anche rimanere in appoggio su un solo piede metre con l'altro eseguo un colpo o una manovra di rotazione. I movimenti che vi trovate ad eseguire sono stati studiati per trovare il massimo equilibrio per sapere gestire i diversi aspetti dell'equilibrio da quello statico a dinamico nell'espressione di qualsiasi gesto tecnico.

L'EQUILIBRIO NEI SUOI ASPETTI

STATICO

DINAMICO

STATICO-DINAMICO

DI VOLO

Mantenere o ristabilire l'equilibrio in una posizione di quiete relativa o nel corso di spostamenti molto lenti.

Analizzatore cinestetico e tattile-pressorio, in parte vestibolare visivo.

Mantenere o ristabilire l'equilibrio nel corso di spostamenti ampi e/o rapidi.

Analizzatore vestibolare, coadiuvato dal cinestesico, dal tattile pressorio e dal visivo.

Equilibrio nel corso di spostamenti in cui si ricerca anche il mantenimento di un adeguato e costante controllo posturale.

Insieme degli analizzatori dei precedenti aspetti.

  •  

Ricerca di un equilibrato controllo posturale delle fasi aeree.

Analizzatore vestibolare e ottico.

  •  
 
Nelle arti marziali diventa importante lo studio del non equilibrio ovvero Kuzushi ovvero l'arte di sapere portare fuori equilibrio "squilibrio" un corpo sfruttando il suo movimento o approfittare del suo momentaneo squilibrio dovuto al movimento in azione. Imparare a cogliere l'attimo
 
L'esecuzione di una tecnica di lancio si può sostanzialmente dividere in tre momenti, Kuzushi, (squilibrio) Tsukuri (preparazione) e Kake (proiezione). Diventa quindi fondamentale lo studio dello squilibrio per la sua applicazione nell'esecuzione di tecniche marziali. L'importanza di questo studio sta nel fatto che utilizzare una fase di squilibrio dell'avversario permette di eseguire una tecnica marziale senza l'applicazione di particolare forza fisica ed ottenere l'atterramento dell'avversario per un semplice fattore fisico. Le direzioni dello squilibrio sono tantissime ma considerate fondamentali otto: 
Ma vediamo in realtà cos'è lo squilibrio :

   

  l'equilibrio lo possiamo raffigurare come un filo  a piombo che  dal nodo della cintura cade fino al suolo, ora quando il filo cade all'interno  della
base A-B noi saremo in equilibrio, mentre quando il filo come nella fig.2 cade al di fuori siamo squilibrati. Questo sarà quindi il momento che una
nostra tecnica avrà il massimo dell'efficacia.

 

 

 

Ukemi

LE CADUTE

Istintivamente cadono bene i bambini piccoli e gli ubriachi, senza cercare alcun punto di appoggio accasciandosi o cadendo per la lunghezza con le braccia distese.

Con il crescere si perde questo istinto, nel cadere in qualsiasi direzione, si protendono le braccia in difesa e nel tentativo di evitare l'urto.

Questa difesa in realtà si trasforma in conseguente lesione dell'articolazione, frattura, lussazione, slogatura. Infatti il corpo, per la pesantezza della caduta, viene ad aumentare il suo stesso peso, le braccia tese per la difesa rappresentano pertanto un punto insufficiente  che non può resistere a simile forza.  Talvolta succede  anche che malgrado tutto si sarebbe caduti bene se non ci fosse stato di mezzo la paura di rovinare il vestito o di rompere il pacco che si sta trasportando o per paura di cadere nel ridicolo.

Tale aspetto è stato fonte di studio in tutte le arti marziali Lo studio e l'esperienza hanno permesso di trovare un metodo per "cadere" senza procurarsi particolari lesioni alle articolazioni.

Principalmente occorre osservare tre principi:

·         Nella caduta trattenere il respiro;

·         Non incavare la vita;

·         Non cercare di attutire il colpo con le mani;

·         Piegare il capo in avanti verso il petto al fine di evitare che cadendo possa violentemente battere sul suolo;

In qualunque sforzo muscolare, come ad esempio per sollevare oggetti  molto pesanti, è necessario trattenere il respiro. Infatti nel momento in cui si intrattiene l'aria nei polmoni si favorisce la tensione interna dell'organismo evitando quindi  il pericolo di qualche lesione interna.

Se cadendo di fianco o sulla schiena incurviamo la spina dorsale in dentro batteremmo duramente a terra. Per questo in ogni caduta indietro o laterale si devono piegare le ginocchia  per mitigare la pesantezza e l'altezza , piegando il capo verso il petto al fine di evitare il contraccolpo verso il suolo.

Nel cadere si deve evitare di appoggiare a terra le mani prima del corpo al fine di evitare una slogatura o una lussazione o peggio una frattura.

Nel cadere bisogna cercare di offrire al suolo la massima superficie per dissipare l'energia e quindi dividere la forza della caduta. Pertanto si  stendono le braccia per la loro lunghezza con il palmo rivolto verso il suolo a poca distanza dal corpo (circa 30 gradi) e si battono energicamente al suolo nel momento in cui, meglio una frazione di secondo prima, il corpo tocca terra. Tale azione, quindi, non ha uno scopo dimostrativo ma serve per dissipare l’energia cinetica della caduta.

CADUTA INDIETRO: (Ushiro Ukemi):

Sicuramente vi sarà capitato di scivolare sul ghiaccio e cadere sulla schiena. Tale caduta e molto pericolosa. Per eseguire bene tale movimento procedete così:  portate il busto in avanti e piegate le ginocchia,  così si diminuisce la portata della caduta e al sua pesantezza, tenete le braccia tese in avanti. Quindi scivolate con la massima dolcezza sulla schiena. Le braccia seguono il movimento della schiena e leggermente distaccate dal corpo, toccano il suolo leggermente prima del corpo. Non si debbono appoggiare i palmi delle mani ma l'intero braccio. La testa deve essere piegata in avanti con il mento che tocca il petto ed incassata tra le spalle che vengono alzate. Si allunghi quindi un piede partendo dalla punta, l'altro piede resta a terra con il ginocchio piegato. Imparata questa sequenza potete migliorare la caduta come segue: Prima cosa rimanere morbidi la rigidità del corpo comporta sempre un effetto di frusta sul collo con conseguente battuta della nuca.  Fate un passo indietro per ammortizzare l'urto nella direzione verso dove state cadendo, sollevate le mani in avanti, abbassatevi il più possibile verso i talloni piegando il busto in avanti così da arrotondare la schiena. Cadendo indietro toccate con la schiena il suolo e contemporaneamente battete forte  con entrambe le braccia attutendo così il colpo. Portate quindi le gambe verso una spalla e con il braccio opposto spingete per ottenere la spinta che vi aiuterà ad eseguire una capriola indietro. Così tutta l'energia della caduta è dissipata e vi troverete nuovamente in piedi. Ricordate di salvare sempre la testa e di trattenere il respiro durante la fase culminate della caduta.

ushiro ukemi

CADUTA DI FIANCO (Yoko Ukemi):

 

yoko ukemi

 

Per cadere sul fianco sollevate la gamba ed il braccio del lato su cui vi preparate a cadere. Abbassatevi fino a sedervi sul tallone del piede di appoggio, quindi dalla distanza  minima, rotolate al suolo  prendendo contatto  col fianco e successivamente con la scapola. Raggiunta tale posizione battete violentemente il braccio come sopra descritto.

La testa deve essere sollevata, la spalla opposta alla caduta è levata  quasi a proteggere il volto.

LA CADUTA IN AVANTI CON CAPOVOLTA ( Mae  mawari ukemi):

In un primo tempo avanzate con il piede destro di un piccolo passo ed appoggiate a terra la mano opposta, la sinistra, rivolta verso l'interno con il palmo rivolto verso il basso. A questo punto il vostro corpo: due piedi e la mano sinistra formano un triangolo equilatero. Successivamente si ponga a terra la mano destra, la stessa del piede avanzato. Il palmo deve essere sempre rivolto a terra e le dita verso l'interno  del triangolo. Il capo deve essere piegato verso l'interno e protetto dalla spalla sinistra.  Da questa posizione, con la gamba sinistra spingete in avanti fino ad eseguire una capovolta. La posizione di arrivo deve essere leggermente laterale per ricevere il colpo sulla scapola e non sulla schiena.

 

ma ukemi

CADUTA VIOLENTA IN AVANTI: (Mae Ukemi):

Questo tipo di caduta viene impiegato molto raramente in quanto la caduta con capovolta riesce ad assorbire e meglio dissipare l'energia di discesa. Alcune volte data la repentinità dei movimenti non si è in grado di poter impostare la capovolta pertanto è importante comunque salvaguardarci. E' facile in questo caso allungare le braccia per difenderci.  Tale anticipo porta a sovraccaricare gli arti superiori  che non possono sostenere il peso della caduta conseguendo delle lesioni alle stesse o al viso. Per ottenere minori danni occorre che il corpo venga ammortizzato o meglio accompagnato nella caduta dalle braccia che però non devono sostenerne il peso

Dalla posizione eretta inclinate il corpo in avanti per simulare uno squilibrio e quindi una caduta volontaria. Tenete le braccia vicine al corpo ed allungate lungo i fianchi. Nell'attimo in cui il corpo sta toccando terra  piegate gli avambracci in modo da formare sul gomito un angolo retto. I palmi delle mani devono essere diretti in avanti verso il suolo ed i gomiti leggermente avanti. La testa va incassata nelle spalle che devono essere alzate il più possibile. Il respiro deve essere trattenuto durante la caduta.

 

SHIZEN

Posizioni del corpo di massimo equilibrio

L’attacco può essere eseguito nella parte alta del busto o nella parte bassa, di conseguenza abbiamo bisogno di mante nere atteggiamenti di guardia che proteggono le parti interessale. Se poniamo le braccia in maniera che sia riparata la parte alta, dobbiamo avere l’accortezza di lasciare libera la visione più ampia possibile, ma come accennato prima, l’atteggiamento di una persona che sta per essere attaccata non deve essere necessariamente tale da mettere in guardia il nostro avversario, ma questo non toglie che la nostra attenzione non deve essere focalizzata alla nostra protezione. La prima considerazione quando si affronta un avversario deve essere la distanza che effettivamente separa (il termine giapponese è Ma-Ai) che deve essere diversa a seconda il tipo d’attacco che presumiamo stia arrivando. Ma-Ai comprende non solo la distanza lineare esatta tra due contendenti, ma l’abilità dei contendenti di chiudere quella distanza che dipende da molte considerazioni, come: lunghezza dell’arma, proporzioni individuali del corpo, e ancora abilità personali come agilità e prontezza.  Il controllo del corpo in movimento Tai-Sabaki ( solitamente viene indicato con questo termine un movimento circolare del corpo) diventa una cosa importantissima nel corso di un confronto.

Vi ricordate  tra le prime cose che vi ho detto che nell’arte marziale che andiamo ad apprendere  non si usa la forza come requisito a se stante ma tutto il corpo partecipa all’azione dalla testa ai piedi.

Premesso questo è chiaro che è importante assumere una posizione che mi permetta tutti questi spostamenti al fine di 1) mantenere l’equilibrio statico; 2) mantenere l’equilibrio in movimento 3) mantenere o ridurre la distanza con l’avversario.

Le posizioni di massimo equilibrio possiamo individuarle in tre o meglio sei posizioni.

1)Shizen – Hontai - Posizione naturale a  piedi  pari  ( i piedi sono alla stessa distanza delle spalle non meno e le punte sono parallele tra loro e non divaricanti;

2) Migi Shizentai - Posizione naturale destra  dove il piede destro viene portato leggermente avanti rispetto il sinistro

3) Hidari Shizentai – Posizione naturale sinistra dove il piede sinistro viene portato leggermente avanti rispetto il destro.

shizen

Le stesse posizioni possono essere assunte nella forma più allargata con ul baricentro più abbassato che garantirebbe maggior equilibrio ma meno velocità di movimento

1) Jigo – Hontai - Posizione naturale a  piedi  pari  ( i piedi sono alla stessa distanza delle spalle non meno e le punte sono parallele tra loro e non divaricanti;

2) Migi Jigo - Posizione naturale destra  dove il piede destro viene portato leggermente avanti rispetto il sinistro

3) Hidari Jigo – Posizione naturale sinistra dove il piede sinistro viene portato leggermente avanti rispetto il destro.

 

 

jigotai

 

 

 

LA DISTANZA (Ma-Ai)

La prima cosa che vi è stata insegnata è quella della valutazione della distanza tra voi e il vostro avversario - aggressore.

Infatti saper gestire la distanza è un fattore importantissimo che influisce notevolmente sull'esito di un eventuale confronto tra due persone.

Molteplici sono i fattori su come gestirla e in palestra cercheremo di analizzarli ma poi sta a voi  adattare la distanza che riterrete più idonea in conformità delle vostre capacità e della struttura del vostro avversario.

La distanza deve essere la giusta separazione tra due persone affinchè i suoi attacchi non abbiano effetto o viceversa affinchè i miei possano permettere l'esecuzione di una tecnica con velocità tale che l’altro non abbia tempo per reagire e mettere in pratica la difesa adeguata. Dalla distanza dipendono, come vedremo, le diverse tecniche, la loro efficacia e la possibilità di difesa e di risposta. In definitiva, costituisce l’ingrediente indispensabile della strategia in studio.

La distanza va gestita sia per preparare un attacco sia per gestire una difesa.

Le nostre armi naturali sono le mani e i piedi, con tanto di gomiti ginocchia, e queste possono essere usati in svariati modi (soprattutto in base allo stile o metodo che si pratica): colpi di pugno, di taglio della mano, con il dorso, con le dita, colpi di gomito in diverse direzioni, calci di tutti i tipi, ginocchiate e chi più ne ha più ne metta. L'unico vincolo però è la distanza!

PRIMA DISTANZA: distanza da calcio o lunga distanza; è il raggio d'azione dove solamente la gamba tua o del tuo avversario può raggiungerti .

SECONDA DISTANZA: distanza di pugno o media distanza; qui sono utizzabili le mani per colpire, ad esempio i pugni diretti, ganci lunghi e montanti. E' chiaro che qui gomiti e ginocchia sono fuori portata.

TERZA DISTANZA: distanza corta; qui sono utili solamente ganci e montanti corti, gomitate ginocchiate e testate.

QUARTA DISTANZA: detta anche schermaglia di lotta; questa è una distanza che molti la inglobano nella quinta ma in realtà richiede un allenamento particolare distinto. In pratica è il corpo a corpo in piedi, dove qualsiasi colpo è inutile e addirittura deleterio per l'equilibrio e la stabilità, sono applicabili leve strangolamenti e proiezioni anche dolorose a terra.

QUINTA DISTANZA: distanza di lotta a terra. In questa particolare distanza sono validi pugni, gomiti, ginocchia, calci, testate ma con una dinamica completamente differente dalla precedenti, sono applicabili chiavi articolari, leve e strangolamenti; inoltre la gestione del corpo è completamente diversa e poco intuitiva a chi non l'ha mai vista e allenata.

 

Tutto questo però, nello studio-percorso che faremo, vi serve  solo per propria cognizione in quanto il vostro unico scopo sarà quello di valutare la vostra azione a seconda della distanza del vostro avversario e l'unico obiettivo quello di allontanarsi dal pericolo o dall'aggressore il più velocemente possibile.

 

 

I MOVIMENTI PRINCIPALI:

 

1) arretro con il piede sinistro in direzione obliqua per portarmi fuori portata dal colpo dell'avversario

2) mi sposto lateralmente con il piede sinistro per parare un colpo dell'avversario.

3) avanzo con il piede destro per anticipare l'avversario e portarmi alle sue spalle.

4) eseguo una rotazione di 90° con la gamba destra facendo perno sulla sinistra ruotando verso in senso orario (indietro)

5) in posizione di guardia in equilibrio statico, mi alzo sulla punta dei piedi e cambio direzione del mio corpo per ritrovarmi nella guardia opposta nell'opposta direzione.

……. Stessi movimenti eseguiti dal lato opposto del corpo

 

IL PRINCIPIO DELLA CEDEVOLEZZA

 

le tecniche che andremo ad imparare e quindi anche i movimenti propedeutici che stiamo imparando sono frutto di un profondo studio anche filosofico delle arti marziali orientali. Nell'esecuzione di esse prendiamo in esame sempre :

- il Ju (flessibilità, cedevolezza che rappresentano il fulcro dello studio)

- l’ Ai (armonia del corpo)

- il Ki (forza, energia interiore)

- il Ma-Ai (abilità del movimento – riduzione della distanza)

- l’ Ate (colpi)

l'arte del combattimento si può esprimere in tre concetti:

 

Sen

Il principio sen è l'iniziativa e questo va a determinare se sono attaccante o se mi difenderò da questa iniziativa. L'attacco di un avversario può essere eseguito con tecniche dirette ed immediate o con una serie di tecniche preparatorie o concatenate.

Go-no-sen

Il principio go no sen si attua con l'uso dei bogyo waza (tecniche di difesa). Dette tecniche, applicabili subendo un attacco per contrastarlo, vengono suddivise in chōwa (schivare), go (bloccare), yawara (assecondare).

Scopo delle tecniche di difesa è sfruttare favorevolmente una azione dell'avversario o recuperare una posizione che permetta di controllare la situazione e di condurre un contro attacco.

Sen-no-sen

Il principio sen no sen riguarda la controffensiva posta in essere nell'istante in cui sta per partire l'attacco. Dal momento che l'avversario si trova seppur involontariamente in una posizione di precario equilibrio, occorre anticiparlo prima che il suo attacco diventi definitivo.