psicologia - CORSO DI DIFESA PERSONALE PER DONNE

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L’autodifesa femminile ha come punto di partenza la consapevolezza della diversità bilogica nel confronto con l’aggressore che probabilmente  è più forte della vittima ed è incline alla violenza.
Inoltre l’aggressore ha scelto la vittima, ha valutato l’attacco come conveniente per lui, ha scelto il luogo ed il tempo a lui più favorevoli. La vittima potenziale può solo cercare di sottrarsi ad un attacco che non può evitare ( ma può provare a prevenire ).
Le donne sebbene meno forti se vogliono difendersi sono in grado di farlo. Anche se meno avezze  ad esprimere la loro aggressività non sono  né deboli in assoluto né prive di aggressività. Dispongono di risorse aggressive sufficienti a scoraggiare e demotivare un potenziale aggressore.  Un reazione rapida e inattesa  generata da gesti di difesa tecnicamente competenti ed esplosivi nell’esecuzione può essere determinante e risolutiva.
Una revisione statistica della casistica pubblicata negli Stati Uniti nel 1981 dalla Commissione Nazionale per la Prevenzione della Violenza Sessuale ha rivelato che l’80 % delle donne che avevano reagito all’aggressione era riuscito a sottrarsene.
Alla formula tradizionale della pratica di una specifica arte marziale si preferisce nell’apprendimento dell’autodifesa femminile un collage armonico di poche tecniche, sicure ed efficaci ma apprese alla perfezione, tratte da varie discipline. In caso di aggressione la risposta deve essere fulminea, esplosiva, istintuale. La reazione deve scaturire dal corpo non dalla mente. Questa deve prenderne atto e seguite il corpo sinchè essa non è in grado di prendere a sua volta la situazione sotto il suo controllo.
Una volta che la vittima abbia deciso di contrattaccare, deve proseguire nell’azione senza esitazioni e senza scrupoli sino al conseguimento del risultato auspicato. Le tecniche utilizzate devono essere eseguite con la fiducia che se sono state effettuate con la massima determinazione saranno comunque almeno in parte efficaci.
Tuttavia non si finirà mai di riperere che la strategia più determinante non è la neutralizzazione fisica dell’aggressore ma la dissuasione preventiva.
L’apprendimento di tecniche di colluttazione fisica e la migliore gestione del proprio corpo hanno comunque una valenza importante in quanto i risultati conseguiti permetteranno di acquisire quella sicurezza interiore che metterà in confusione l'aggressore inducendolo a non aggredire. In una prospettiva apparentemente paradossale il fine dell’apprendimento e della conoscenza delle tecniche di colluttazione fisica è il non doverne mai far uso.
Principio fondamentale della psicologia dell’autodifesa è l’acquisizione della consapevolezza che il ruolo di vittima e quello di aggressore sono complementari. L’aggressore si manifesta come tale solo in presenza di una vittima adeguata e conveniente. La presunzione che ella non reagirà all’aggressione concorre pesantemente a configurare la condizione di vulnerabilità della vittima potenziale. Per tanto, obiettivo della potenziale vittima deve essere la disconferma del potenziale aggressore nel suo ruolo.
L’aggressore deve essere reso immediatamente consapevole del fatto che il raggiungimento dei suoi obiettivi è troppo rischioso o troppo faticoso. L’aggressore generalmente si serve della minaccia, che di per se non lascia traccia alcuna, anziché della violenza, come strumento di coercizione. Egli deve percepire immediatamente che la candidata vittima non è alla sua mercè e che la prevaricazione nei suoi confronti ha un costo non solo in chiave giudiziaria ma anche in termini di ritorsione fisica immediata che può non valer la pena di pagare. L’autodifesa femminile si propone di configurare un rischio per un aggressore che è convinto di non correre alcun pericolo.
L’obiettivo didattico centrale dei corsi di autodifesa femminile è l’acquisizione della consapevolezza di quei confini, non solo fisici ma soprattutto psicologici, valicati i quali un intruso può considerarsi implicitamente autorizzato ad accampare delle pretese. Ciascuna donna deve imparare a riconoscere, dentro di sé e nello spazio che immediatamente la circonda, quali sono quei limiti che non è disposta a lasciar superare. Con l’espressione verbale esplicita ed inequivocabile, sostenuta da atteggiamento, mimica e gestualità coerenti, deve imparare a testimoniare convincentemente l’esistenza di quei limiti, ad indicarne l’ubicazione e dichiararli invalicabili.

Lo stereotipo della donna debole e non aggressiva viene coltivato soprattutto nelle classi sociali medio alte, nelle quali sono più forti gli effetti delle inibizioni sociali ed educative. Questo stereotipo viene poi amplificato e generalizzato dai mass media. Il mito della donna debole e vulnerabile è un prodotto culturale, non un fatto naturale. L’inferiorità fisica delle donne è un mito coltivato dagli uomini per legittimare la discriminazione tra i sessi e del quale non poche donne si sono compiaciute per trarne indulgenza sociale e protezione. La negazione da parte delle donne delle proprie potenzialità aggressive le condanna rifugiarsi nel vittimismo ed a rinchiudersi nella paura più paralizzante e nella rassegnazione.



1. Comprensione e gestione della paura




2. Atteggiamento psicologico prima, durante e dopo l'aggressione




3. Cosa fare o non fare durante l'aggressione




4. Strategie tecniche  





 
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