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Metodo Bianchi - Nuovo Progetto 1

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Metodo Bianchi

JUJITSU > cosa facciamo
Metodo Bianchi: jujitsu per la persona
Un modo di praticare il jujitsu che mette al centro la persona, non la competizione.
Nel nostro Dojo, il Metodo Bianchi si propone come un allenamento accessibile, sicuro e rispettoso dei tempi di ciascuno, unendo movimento, attenzione interiore e relazione con gli altri.
Il Metodo Bianchi nasce dal desiderio di offrire un jujitsu davvero adatto a tutti: bambini, ragazzi e adulti che cercano un luogo dove allenarsi senza doversi confrontare con gare, classifiche o prestazioni eccezionali. L’obiettivo non è “vincere”, ma crescere, conoscersi e stare bene nel proprio corpo.

La pratica viene proposta con gradualità, in modo chiaro e rispettoso delle capacità di ognuno. Non esiste un ritmo unico valido per tutti: ogni allievo ha i propri tempi di apprendimento, che nel Metodo Bianchi vengono osservati, ascoltati e accompagnati con pazienza.

In questo approccio il tatami diventa uno spazio protetto, dove si impara a cadere e rialzarsi in sicurezza, a gestire il contatto fisico, a riconoscere i propri limiti e a superarli poco alla volta. Il jujitsu diventa così un percorso di educazione alla persona, non solo un insieme di tecniche.
Quando si parla di Ju Jitsu in Italia, è impossibile non incontrare, prima o poi, il nome di Gino Bianchi. Non si tratta semplicemente di un maestro tra i tanti, ma dell'uomo che ha dato forma e identità a quella che oggi conosciamo come la tradizione italiana di questa disciplina: il Metodo Bianchi.
La storia comincia negli anni della Seconda Guerra Mondiale. Biagio "Gino" Bianchi, sottufficiale della Regia Marina Militare e già campione militare di Savate, si trova impegnato con il contingente italiano nella colonia giapponese di Tientsin, in Cina. È qui, lontano dall'Italia e in un contesto segnato dal conflitto, che Bianchi entra in contatto diretto con il Ju Jutsu giapponese. Ne resta profondamente colpito: l'efficacia di queste tecniche, pensate per la difesa reale e non per l'esibizione sportiva, lo affascina al punto da spingerlo a studiarle a fondo.

Terminata la guerra, Bianchi torna in Italia e, nel 1946, congedato dal servizio, decide di non limitarsi a riportare ciò che ha imparato, ma di rielaborarlo. Nasce così il "Metodo Bianchi": un programma che si allontana consapevolmente dalla terminologia giapponese originale e che elimina, per scelta pratica, le tecniche eseguite da posizione inginocchiata, poco funzionali al contesto occidentale e alla vita quotidiana di chi si allena in Italia. È un gesto significativo, perché racconta bene lo spirito del metodo: non un'imitazione fedele dell'arte marziale nipponica, ma un adattamento pensato per essere davvero utile a chi lo pratica, con un forte orientamento alla difesa personale realistica.

NASCE IL JUJITSU IN ITALIA

Terminata la guerra, Bianchi torna in Italia e, nel 1946, congedato dal servizio, decide di non limitarsi a riportare ciò che ha imparato, ma di rielaborarlo. Nasce così il "Metodo Bianchi": un programma che si allontana consapevolmente dalla terminologia giapponese originale e che elimina, per scelta pratica, le tecniche eseguite da posizione inginocchiata, poco funzionali al contesto occidentale e alla vita quotidiana di chi si allena in Italia.
È un gesto significativo, perché racconta bene lo spirito del metodo: non un'imitazione fedele dell'arte marziale nipponica, ma un adattamento pensato per essere davvero utile a chi lo pratica, con un forte orientamento alla difesa personale realistica.

Il successo di questo approccio è rapido e concreto. Negli anni '50 nasce l'O.L.D.J. (Organizzazione Ligure per la Divulgazione del Jiu Jitsu), poi sciolta nel 1960 per dare vita alla F.A.N.J., la Federazione Autonoma Nazionale Jiu Jitsu, che permette a Bianchi di diffondere il proprio metodo in tutte le regioni italiane, formando allievi e istruttori in tutto il paese. Un aspetto curioso e affascinante di questa fase è la nascita, all'interno del metodo, di un patrimonio tecnico particolare legato all'Accademia: le cosiddette "tecniche volanti". Proiezioni spettacolari che gli allievi di Bianchi portavano in esibizione durante le manifestazioni divulgative del Ju Jitsu.
Questi atleti, per la loro abilità nell'eseguire tali tecniche, vennero soprannominati "kase hito", ovvero "uomini vento" — un'immagine che rende bene l'idea di leggerezza e controllo del corpo che il metodo cercava di trasmettere.
I CINQUE SETTORI
Gino Bianchi muore nel 1964, ma il suo lavoro non si esaurisce con lui. È il Maestro Rinaldo Orlandi, agli inizi degli anni Settanta, a raccogliere l'eredità tecnica e a darle una struttura più organica e didattica. Nasce così la celebre suddivisione in cinque "Settori", che ancora oggi costituisce l'ossatura del metodo insegnato nei dojo italiani e che vale la pena raccontare più nel dettaglio, perché è proprio in questa architettura che si riconosce la vera intelligenza pedagogica di Bianchi e Orlandi.
In totale il programma raccoglie cento tecniche, organizzate in cinque gruppi da venti tecniche ciascuno. Ogni gruppo prende il nome da una delle prime cinque lettere dell'alfabeto — A, B, C, D ed E — e ciascuna lettera non è un'etichetta casuale, ma corrisponde a un principio tecnico preciso, a un modo specifico di agire sul corpo dell'avversario. Concettualmente, i Settori possono essere paragonati ai kata delle scuole tradizionali di jujitsu giapponese: sono sequenze complesse che racchiudono al loro interno azioni più semplici e principi che l'allievo deve poi essere in grado di estrapolare e applicare in una situazione di difesa reale, dove nulla è concordato in anticipo.

Molto sinteticamente  settori studiano:
A - comprensione della stabilità e dell'equilibrio dei corpi in forma statica e dinamica nello spazio;
B - studio delle tecniche di proiezione, realizzate tramite il sollevamento e il caricamento dell'avversario sul proprio corpo.
C - studio delle leve articolari con azioni via via più complesse. Conoscenza del corpo umano e della soglia del dolore.
D - come nel settore C ma approfondendo lo studio delle compressioni cervicali e degli strangolamenti.
 
E - fonde i principi studiati nei precedenti settori. Le proiezioni si accompagnano a delle leve articolari o viceversa.
 

 
Un'ulteriore caratteristica, comune a tutti i settori, è che ogni tecnica viene studiata ed eseguita sia a destra che a sinistra. Un allenamento che ambisce a rendere l'allievo simmetrico e pronto a reagire indipendentemente dal lato da cui arriva un attacco, un dettaglio tutt'altro che scontato e molto apprezzato da chi pratica la disciplina a livello agonistico e didattico.
 
A queste cento tecniche di base, la tradizione del metodo ha poi aggiunto, a partire dal 1985 in ambito federale, i cosiddetti  "concatenamenti". Ovvero degli schemi ove le varie tecniche si possono integrare seguendo le possibili reazioni dell'avversario.

Il programma tecnico oggi in uso nella F.I.J.L.K.A.M., è il risultato del lavoro di una commissione di studio composta, tra gli altri, dal Maestro Bagnulo, dal Maestro Ponzio e dal Maestro Mazzaferro, che ha ulteriormente codificato e attualizzato le azioni di attacco e difesa alla base del Ju Jitsu, sempre restando fedele all'impianto originario dei cinque Settori.
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